La crêpe

Condurre aziende di qualsiasi dimensione è un’arte e un equilibrio di timing e presenza, a volte complesso, bon courage a tutti quelli che si accorgono che è un’azione “non”personale!

La-crepe
Rientro da Roma alle sette di sera con la felicità di arrivare a casa a cucinare per mio figlio che non vedo da un paio di giorni, cammino nelle vicinanze di casa e, senza essere in cinta, mi assale una voglia tremenda di crêpe alla nutella… Abituata all’ascolto interno, ho fatto caso a quanto “tremendous” fosse quella voglia matta; ho anche commentato tra me e me del tipo: ellala, che esagerazione! L’ho verificata di nuovo passando in prossimità della creperie, volendo con la mente andare verso casa; niente, il corpo si è voltato per varcare la soglia della gelateria. A quel punto, senza resistere, entro e ordino quasi con urgenza una crêpe, guardando il giovane che mi serve, con gli occhi pieni di desiderio, i miei…mah! continuo ad osservare questo moto un po’… eccessivo, è quasi ora di cena, sto bene, vado ora a cucinare… vabbè, mi godo sta crêpe! Chiedo al giovane di recuperare la panchetta da fuori così che all’interno io possa davvero assaporare al caldo la faccenda inusuale, noto che lui prepara la frittatina francese e me la porge con aria divertita e cerimoniosa. A un certo punto, guardando ovunque nel posto, le pareti, l’arredo, la pulizia, la disposizione degli oggetti, mi viene da domandare al giovane: di chi è questa azienda?
Il giovane, appoggiando una mano all’altezza del timo, la sinistra, risponde: è mia, per qualche motivo è triste, lo sento.
Di nuovo domando: e… quanti anni ha, l’azienda?
Lui: 25, l’ha fondata mio padre e con la mano destra segna un articolo di giornale appeso lì accanto con l’immagine del padre.
Io: complimenti, si vede che è un’attività seguita, curata.
Lui: si ma l’ha fondata lui, ora è morto ed io sono, mi sento diverso, non mi rendo conto che è mia, non mi sento di fare il capo.
Sento una spinta alla schiena e dico: ah, ho capito perché sono qui… cos’è sta voglia de crêpe! Intanto osservo che il negozio che di solito è sempre pieno di gente, ora è vuoto. Mi alzo. mi avvicino al giovane e gli dico, come se fosse un vecchio amico, scegliendo di rivolgermi all’imprenditore: capisco che ora ti senti triste ma lasciami dire, non confondere la vita dell’azienda col tuo processo naturale di lutto. Tu ora sei il capo e sei quindi chiamato a guidare quest’attività. Capo non significa tu sopra…bla bla e gli altri sotto…bla bla; significa che hai più peso e più responsabilità di mantenere viva quest’attività o di chiarire che scelte fare, sei grande. Mi zittisco…”me parve d’esse su padre”.
Aumento la sintonizzazione per cogliere meglio cosa serve e in quel frangente… aggiungo: se posso esserti di aiuto nel formulare con chiarezza cosa fare ora per mantenere sacro questo luogo e distinguere i piani, questo è il mio numero. Il giovane ha fatto un sospirone, ha curvato verso l’alto l’angolo destro della bocca e rimesso la mano sul timo, questa volta la destra. Ha concluso: mi sa che avevo bisogno di qualcosa del genere, grazie.
Sono uscita dalla creperie, moved, con le lacrime.
Ora ricordo ciò che mi disse un giorno un maestro: quando ti prende l’incontinenza medianica, valuta se è più forte mostrarla o no.

3 pensieri su “La crêpe

  1. Alessandra

    Cara Consoli, come mi piace leggere i tuoi racconti mi toccano nell’anima e mi ricorda quelle meravigliose lettere che ci scambiavano prima di avere tutta questa tecnologia!
    Mi sa che anch’io soffro di incontinenza medianica
    ; ) un abbraccio

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  2. removalists

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